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sábado, noviembre 26, 2011

Rodrigo Diaz de Bivar ovvero El Cid Campeador




Cessata la dominazione romana, la Spagna era stata occupata dalle tribù barbare dei Vandali, degli Svevi e degli Alamanni ma erano stati i Visigoti a costruirvi un Regno durato fino al 711 d.C.: l’anno della invasione degli Arabi. Sconfitti nel 732 a Poitiers da Carlo Martello, dopo aver rinunciato alla conquista dell’Europa Occidentale, essi si insediarono nella penisola iberica restandovi per oltre sette secoli; frammentandone la realtà politica, attraverso la contrapposizione di governi musulmani a governi cattolici; instaurandovi una coesistenza non sempre pacifica fra etnìe diverse: Mozarabe, ovvero discendenti dei Visigoti; Muladi, ovvero Cristiani convertiti all’Islam; Conversos, ovvero Ebrei; Mudéjar, ovvero Islamici residenti in terre cristiane; influenzandone la cultura, la tradizione e l’arte fino all’epica Reconquista avvenuta nel 1492, sotto il governo dei Re Santi Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona.


Un pezzo di storia di quel periodo vide stagliarsi la leggendaria figura di un alfiere della fede elevato a simbolo del Nazionalismo spagnolo: Rodrigo Diaz de Bivar, hidalgo castigliano idealizzato nell’epos popolare spagnolo.


Fervente patriota o spregiudicato mercenario indifferentemente al soldo dei Musulmani e dei Cristiani?


Il suo profilo è tanto evanescente da accendere seri dubbi sulla attendibilità delle sue virtù: se Miguel Cervantes, con l’arma della satira prendendo di mira la società del tempo, avanzò insistenti perplessità sulle sue gesta nel don Quijote (XLIX), nel 1805 il gesuita J. F. Masdeu dubitò anche della sua esistenza. Un ventennio più tardi, l’arabista spagnolo I. A. Condé e lo storico tedesco V. A. Huber reagirono a tale scetticismo ricostruendone la vita su elementi certi, malgrado vigesse un clima cydofobico favorito dall’orientalista olandese Reinhart Dozy che, negando l’immagine di un campione di cristianità e di lealtà cavalleresca, lo ritrasse avido, prezzolato e spietato avventuriero; isprezzante della fede e pronto a battersi per qualsiasi bandiera. Bisognò attendere il revisionismo di Ramòn Menèndez Pidal per scoprire un Rodrigo romantico e religioso; vassallo fedele; stratega eccezionale; soldato ardito e, in conformità dello spirito dell’epoca, ad un tempo barbaro e crudele.


El Cid Campeador: il soprannome era composto da due elementi: ﻲ سيد: Sayyd, attribuitogli dagli Arabi, e Campeador, dal latino Campi Doctor o Campione, assegnatogli dagli Spagnoli.


Era nato verso il 1040 a Bivar, un piccolo borgo contiguo a Burgos, in Castiglia. Il padre era Diego Lai˘nez figlio di Lai˘n Calvo, Duumviro nella fase della ribellione castigliana al Re di Léon Ordonˇo II; la madre era Teresa Rodrìguez, figlia del Governatore delle Asturias Rodrigo Alvàrez. Presto orfano, era cresciuto a Corte insieme al Principe Sancho II; era stato istruito in quell’arte militare presupposto alle gesta compiute in sella al magnifico Babieca, brandendo la mitica spada Tizona conservata nel Museo dell’Esercito di Madrid; era stato nominato Cavaliere nel 1060 nella chiesa di Santiago de los Caballeros.


Nel 1065, alla morte di Ferdinando I, il Regno fu diviso: al primogenito Sancho andò la Castiglia e Saragozza; ad Alfonso VI furono destinati Léon e la città di Toledo; a Garcia furono aggiudicati la Galizia e il Portogallo; alle figlie Donˇa Elvira e Donˇa Urraca furono attribuiti i territori di Tora e Zamora.


Investito dell’incarico di Alférez, quando i conflitti fra germani esplosero per la pretesa di Sancho di considerarsi unico erede, Rodrigo si mise in luce difendendone i diritti contro Ximeno Garcès, Campione del Re di Navarra. Quale amico e fedele servitore della Corona, poi, occupata la Galizia ed il Léon, gli consentì di confinare Alfonso a Toledo; di sottrarre Tora ad Elvira e di armarsi per prendere Zamora ad Urraca. Tuttavia, dopo sette anni di gloriose campagne, il giovane Sovrano fu assassinato da Bellido Dolfos.


Pur sconfitto nelle battaglie di Llantada del 1068 e di Golpejera del 1072, nel pieno dei suoi diritti Alfonso ascese al trono malgrado gli insistenti sospetti di fratricidio. Rodrigo gli offrì la sua spada ed egli avrebbe potuto ampliare le conquiste paterne se non fosse stato divorato dall’antagonismo: temendone le mire al trono castigliano, l’astioso Re decise di blandirlo e il 19 luglio del 1074, gli dette in nozze sua nipote Jimena, Contessa di Oviedo. Parallelamente, lo defraudò della carica di Alfiere reale che cedette al Conte di Nàjera Garcìa Ordòňez. Proprio costui, quando le imprese del Diaz presero ad assumere carattere leggendario, capeggiò un gruppo di cortigiani invidiosi: gli eventi degenerarono nell’estate del 1074.


Rodrigo era stato incaricato di riscuotere i tributi del Re di Saragozza al-Moctàdir. Una volta recatosi a Saragozza, scoperto che costui era minacciato da Modhàffar di Lérida, senza indugi inflisse a quest’ultimo una dura sconfitta prima di scoprire che l’istigatore era Ordònˇez: mai più presagendo di doversi misurare con l’ostilità anche di Alfonso, lo umiliò arrestandolo. Il Conte, che godeva del totale appoggio della Corona, attese il tempo della vendetta.


Nel 1079, profittando della insurrezione dei Toledani contro l’Emiro al-Qadir, la Corte di Castiglia attaccò i territori del loro sobillatore: il Re di Badajoz Motawàkkil. A suo supporto, Diaz effettuò una violenta incursione su Toledo; catturò settemila ostaggi; recuperò un ingente bottino e pretese le parias dovute dal Regno di Siviglia.


García Ordóñez non perse tempo: accusato il rivale di appropriazione indebita di denaro dello Stato e di insubordinazione per aver intrapreso la spedizione senza il previo consenso della Corona, ottenne che a Rodrigo fosse irrogata la pena dell’esilio.


Nel 1081, riparati la moglie Ximena e i figli Diego, Cristina e Maria nel monastero di Cardeña, con un gruppo di fedeli vassalli El Cid lasciò il Regno. Privato dei beni e della rispettabilità, scelse la via del mercenariato prima proponendosi al Conte di Barcellona Berenguer Ramon II il fratricida; poi, rifiutato, prestandosi al servizio di al- Moctadir, vecchio amico e tributario castigliano. Nel corso dell’inverno egli si spense e gli successe il figlio al- Mu’tamin che investì l’eccellente ospite delle più alte cariche istituzionali, fino al ruolo di difensore dello Stato.


Allarmato dalla enorme potenza conseguita da un Cavaliere Cristiano in uno Stato islamico, con la protezione di Berenguer e di Sancho Ramìrez, Re di Navarra e Aragona, Alhayˆib di Lèrida, Tortosa e Denia decise di dare battaglia.


L’agguerrita coalizione venne a scontro campale ad Almenar nel 1082 ed ancora a Morella nel 1084, ma fu decimata dalle forze congiunte di al- Mu’tamin e di Rodrigo: Berenguer fu preso prigioniero.


La valenza di combattente ed i riguardi rivolti al prestigioso ostaggio esaltarono l’immagine di Rodrigo che nel frattempo, aspirando solo a riconciliarsi, salvò ad Alfonso la vita in un’ imboscata del Governatore di Rueda Abulfalac intenzionato a liquidarlo per ingraziarsi al- Mu’tamin cui si era ribellato.


Il generoso gesto colpì il Sovrano: per El Cid, onori e ritorno nell’amata patria.


Nel 1082, rotte le relazioni con il Re di Siviglia al- Motàdid, il governo di Castiglia attaccò l’andalusia ponendo sotto assedio Saragozza; sottraendo Toledo a Motawàkkil di Badajoz ed insediandovi al trono lo spodestato al-Qadir. Poi, per ragioni che non si conoscono, sopraffatto dalla antica rivalità, nel gennaio del 1083 Alfonso espulse di nuovo Rodrigo. Indignato, allora, assieme ad al Mu’tamin, egli assalì il territorio di Sancho Ramìrez e, volgendosi anche contro Alhayˆib, il 14 luglio del 1084, lo sbaragliò prendendo duemila prigionieri. L’anno successivo al- Mu’tamin si spense, ma il suo erede al -Mostain II pretese che Rodrigo restasse ancora a Corte per i due anni necessari all’emancipazione di Valencia da Toledo. Nel frattempo, allarmato dalla crescente potenza della Castiglia, al- Motàdid ricorse agli Almoravidi.


Nel giugno del 1086, alla testa di sterminate truppe, l’Emiro del Marocco Yùsuf –ben-Texufìn, sbarcò ad Algesiras: Alfonso fu costretto ad affrontarlo a Sagrajas, ove il 23 ottobre del 1086 subì una catastrofica disfatta salvandosi a stento. La battaglia, meglio nota come al-Zalla¯qa, fu uno dei momenti più dolorosi della Reconquista spagnola: Yu¯suf ibn Ta¯shfi¯n entrò in Al-Andalus alla testa di settemila uomini ma reclutò fino a trentamila unità, mentre le legioni castigliane ammontavano a sessantamila combattenti.


Prima dello scontro, Yu¯suf propose all’antagonista tre opzioni: convertirsi all'Islam; pagare un elevato tributo; battersi. Il Sovrano spagnolo scelse la terza ed attaccò all’alba di quel drammatico venerdì, mai più immaginando che la sua superiorità numerica fosse travolta dalla precisione tattica: l’avversario aveva diviso l’esercito in tre reggimenti affidandone il primo ad ‘Abba¯d III al-Mu'tamid; ponendosi egli stesso alla testa del secondo; compattando la retrovia con quattromila Africani armati di spade indiane e lunghi giavellotti.


‘Abba¯d III al-Mu'tamid si batté da solo con l’antagonista fin quasi a mezzogiorno, quando Yu¯suf ed i suoi circondarono gli Spagnoli sfilacciandone la resistenza e scompigliandone le fila: il panico causò un globale arretramento ed il conflitto si concluse con l’affondo finale e spietato del reparto di rincalzo. Sul terreno, reso scivoloso dalla spaventosa quantità di sangue, restarono decine di migliaia di Spagnoli: per il Re, cui fu amputata una gamba, una pesante disfatta malgrado anche in campo nemico si registrassero gravi perdite, in specie tra i contingenti del governatore di Badajoz al-Mutawakkil ibn al-Aftas e tra le schiere di Da¯wu¯d ibn Aysa. Lo stesso al-Mu'tamid fu ferito nella carica del castigliano Alvar Fañez.


Nella primavera del 1087, consapevole del carisma di Rodrigo e forse persuaso che con lui accanto la battaglia di Sagrajas avrebbe potuto avere diverso esito, Alfonso lo chiamò ad una nuova conciliazione durata una manciata di mesi: El Cid tornò a Saragozza, ov’era in gioco la conquista di Valencia governata dal filocastigliano al-Qadir la cui impopolarità aveva acceso lo spirito di rivalsa in al- Modhàffar e in al- Mostain rafforzandone l’intenzione di assumerne il controllo. Contro gli affronti subìti, contando di riconquistarla per Alfonso, Rodrigo gli rinnovò il giuramento di fedeltà e ruppe i rapporti con al- Mostain.


Era il 1089.


Marciando contro Berenguer, El Cid riconsiderò lo spreco di sangue e lo convinse ad una pacifica e dignitosa ritirata, pacificamente rendendo tributario del Re di Castiglia tutto il Levante. Intanto, chiamato dai sodali in difficoltà, Yùsuf – ben –Texufin assediò la fortezza di Aledo: per quanto disperatamente invocato, Rodrigo non giunse tempo ed Alfonso, che pur concluse felicemente l’avventura, non gli perdonò il ritardo; gli confiscò i beni; lo condannò ad un altro esilio.


Rodrigo riprese a guerreggiare con al- Alahyib e con al-Qadir che presto preferì la sua amicizia: Berenguer, che pure si era rivolto ad al- Mostain, timoroso di quel sodalizio chiese il sostegno di al- Alhayib. In quel complesso ed aggrovigliato contesto, con lucida competenza strategica, alla testa di truppe promiscue, Rodrigo li battè tutti a Tebàr ove prese cinquemila prigionieri, fra cui ancora il Conte di Barcellona che, colpito dall’ulteriore riguardoso trattamento riservatogli, rinunciò ad ogni pretesa e gli divenne anch’egli fedele amico.


Nel biennio successivo al 1092, avvantaggiato dalla rivolta conseguente all’assassinio di al-Qadir, El Cid ebbe ragione delle resistenze residue; il 21 maggio del 1094 prese Valencia; le impose il suo dominio, in apparenza quale Vicario di un Alfonso ormai troppo discreditato ed indebolito per reclamare i propri diritti; stipulò un’alleanza con Pietro I d’Aragona e, per condizionare l’avanzata almoravide, rafforzò le intese militari con matrimoni diplomatici dando sposa a Berenguer Ramòn III la figlia Maria e a Ramiro di Navarra la figlia Cristina. Padrone incontrastato della costa valenciana, poi, obbligò ai tributi i Sovrani arabi e, aderendo alle sollecitazioni della Regina Costanza di Castiglia, nel 1091 accettò di riconciliarsi ancora con Alfonso esigente il suo aiuto per la guerra agli Almoravidi di Granada.


Fu tutt’altro che una riscossa: Mohàmmad ben Alhayˆ lo sconfisse a Consuegra nel giugno 1097: Ben Ayixa mise in fuga a Cuenca il generale cristiano Alvar Fàñez e sterminò ad Acira la guarnigione di Rodrigo che, pur provato dalla morte del suo Diego, riuscì ad espugnare nel 1098 Almenar e Murviedro.


Cinquantenne; stanco; deluso; colpito negli affetti, l’uomo che aveva indotto i più accaniti nemici a diventargli fedeli alleati; il Cavaliere che aveva difeso il Suo Sovrano malgrado le soverchierie e le ingiustizie subìte; il padre che a Consuegra a vantaggio dello stesso immeritevole Re aveva immolato l’unico figlio maschio, il 10 luglio del 1099, si spense. Le sue spoglie furono traslate nella cattedrale di Burgos.


Aveva partecipato all'assedio di Zamora agli ordini di Sancho II; aveva fedelmente servito Alfonso VI; si era eroicamente battuto per l’Emiro di Siviglia al-Mutamid contro il ribelle Emiro di Granada; era stato coinvolto in una spedizione contro l'Emiro di Toledo; aveva prestato servizio all’Emiro di Saragozza contro il Re di Lérida, di volta in volta combattendo per la causa ritenuta giusta e degna, cristiana o musulmana che fosse.


Grande condottiero ed abile politico, il Cavaliere che riscosse l’ammirato affetto dei Cristiani, cui fu legato da un profondo sentimento nazionalista, e l’incondizionato rispetto degli Arabi, divnne presto oggetto del più fanatico culto popolare e fu immesso nella triade degli eroi nazionali spagnoli con Fernàn Gonzàles e Bernardo del Carpio.


Le sue gesta suggestionarono l’Europa nella quale echeggiavano gli esiti della prima Crociata e la sua figura fu immortalata da poemi ed opere letterarie di rilievo, a partire da El Cantar de Mio Cid del XII secolo.