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miércoles, marzo 07, 2012

La discendenza dei moderni Templari dall'Antico Ordine del Tempio



Come è noto a chi abbia un po' di conoscenza di storia del Medievo, l'Ordine del Tempio è uno dei più antichi Ordini monastico-militari della cristianità, fondato da Hugues de Payens a Gerusalemme nel 1119 e soppresso da

Papa Clemente V in seno al Concilio di Vienne, nel 1312. Il Prof. Ciro Tammaro ripercorre le tappe fondamentali di questa storia, operando un'approfondita e puntuale ricostruzione degli eventi che portarono la storia ad un bivio fondamentale.

Alle origini, fu fondato per difendere il regno latino di Gerusalemme, insieme ad altri Ordini militari, come quello degli Ospedalieri (i futuri Cavalieri di Malta), dei Teutonici, ecc.; si trattò di un ritorno alla funzione cavalleresca, che volle dire organizzare "ordini di cavalleria" di qualche organismo ecclesiastico nato dalla Prima Crociata. In realtà, le iniziative che negli anni intorno al 1100 condussero alla nascita dell'Ordine dei Templari, degli Ospedalieri e di altri affini, furono completamente individuali e spontanee, come pure lo furono, dopo gli ultimi anni dell' XI secolo, quelle dei fondatori di organismi come Grandmont, Cîteaux, ecc.

In entrambi i casi di monachesimo, infatti, la volontà di creare un Ordine militare si inserì in un progetto politico molto chiaro e di ampio respiro del Papato, che si incentrò nella lotta per la fede.
L'idea fondamentale di Urbano II era, già quando predicava la crociata nel 1095, di collocare questa lotta al di fuori dell'influenza dei laici; non c'è da sorprendersi, perciò, se la forza militare nell'Oriente latino si organizzò - pur nelle diverse forme che riflettevano la molteplicità delle funzioni da svolgere nell'ambito di tale disegno - in Ordini religiosi, sfuggendo in tal modo all'influenza dei principi e del feudalesimo.
Questa stessa volontà di collocare funzioni secolari in un contesto ecclesiale era alla base della filosofia politico-religiosa di San Bernardo, la stessa figura il cui pensiero venne recepito dalla Regola del Tempio.

La cavalleria che si costituì in tale ottica fu, dunque, connessa ad un obiettivo immediato - la lotta contro gli Infedeli - e ad uno mediato o di lungo periodo - stabilire un potere teocratico sul mondo cristiano -. Gli Ordini cavallereschi, in buona sostanza, presero il posto del monachesimo rinnovato con la riforma gregoriana. Dopo l'austerità cistercense, l'eroismo dei Templari costituì la forma ideale dell'offerta totale di sé stessi, in attesa della povertà degli Ordini mendicanti nel secolo seguente. Fu dunque in tal modo che teoria e prassi - fede e azione - si combinarono e si allearono nel corso del 1100.

L'Ordine degli Ospedalieri ebbe una funzione particolare, e fu quella di assicurare ai pellegrini, e più in generale ai cristiani in Terra Santa, quei soccorsi materiali e morali che in Occidente erano forniti da associazioni di beneficenza e carità fondate dalla Chiesa: l'assistenza ai poveri, ai malati, l'ospitalità ai viaggiatori.
Molto diversa fu la funzione dei Templari: proteggere in Oriente quegli stessi cristiani non combattenti, vale a dire garantire la sicurezza delle strade di quell'Oriente latino nato dalla crociata.

I Templari furono i gendarmi dei Luoghi Santi. E' evidente, fin dai primi tempi della conquista, che la crociata restò un momento d'eccezione. La cristianità d'Oriente aveva bisogno di una forza militare permanente. Con assoluta naturalezza, l'Ordine del Tempio assunse questa funzione.

Dopo questi rapidi e necessari rilievi introduttivi, e prima di venire all'argomento principale, una questione su cui vale la pena soffermarsi brevemente - e che da sempre gli storici hanno tentato di risolvere - è: perché i Templari furono drasticamente eliminati?

Certamente, l'importanza che assunse la funzione di difesa dell'Oriente latino soggetto alla costante minaccia dell'Islam, indusse i Templari a scatenare, ad un certo punto, una concorrenza con gli altri Ordini - soprattutto gli Ospedalieri - che si manifestò spiacevole addirittura sui campi di battaglia. Ne fecero le spese sia la difesa della Terra Santa che il prestigio stesso degli Ordini.

Peraltro, il fallimento finale dell'impresa teocratica con l'avvento di un vero e proprio re a Gerusalemme, misero il Gran Maestro dei Templari e quello degli Ospedalieri in posizione precaria nei confronti di un effettivo potere politico. Va, inoltre, segnalato che l'Ordine del Tempio e quello dell'Ospedale contribuirono con la loro progressiva insubordinazione nei confronti del Papa all'indebolimento di quella cristianità orientale di cui furono in origine i pilastri e di cui avrebbero dovuto essere la forza militare con funzioni permanenti di polizia.

Per lo meno, gli Ospedalieri riscattarono il loro atteggiamento politico con la loro funzione caritatevole. Per quanto riguarda i Templari, invece, li si ammirò finchè furono vincitori - straordinariamente forti, frequentemente eroici - ma, dopo la caduta d'Acri nel 1291, si cominciò a dimenticare il loro eroismo, e - viste le difficoltà tra le quali essi si ritrovarono a svolgere il loro ruolo, nell'ambito di un contesto storico e politico mutato rispetto agli anni precedenti - sorse il problema, sollevato a più voci da Oriente e da Occidente, di quanto irrilevante fosse divenuto il loro ruolo ed inutile, ormai, la loro presenza.

Altro elemento fondamentale, da non trascurare per identificare le cause della soppressione dei Templari, è identificabile nel fatto che questi ultimi - come anche gli Ospedalieri - si fossero arricchiti troppo e molto rapidamente, inserendosi nel novero dei proprietari terrieri, dei beneficiari di rendite agrarie, dei possessori di denaro.
La loro forza, ad un certo punto, fu di assicurare grossi trasferimenti di capitale, potendo incidere con i loro interventi finanziari sull'intera economia medievale, e quindi sulle sorti dei governi delle varie nazioni.

Nel caso degli Ospedalieri, tuttavia, il ruolo di "manipolatori di denaro" fu bilanciato e compensato dalla loro funzione assistenziale, che li conservava "utili" di fronte all'opinione pubblica e soprattutto dinanzi alla cristianità; i Templari, invece, oscurandosi il loro prestigio per la perdita di senso e di valore del proprio compito "bellico", si ridussero ad esercitare - come funzione attiva - esclusivamente quella dell'esercizio del credito, configurandosi ad un certo punto come dei "banchieri puri", capaci di assicurare o di rifiutare ingenti prestiti agli Occidentali in Europa o durante i pellegrinaggi in Terra Santa, grazie alla quantità di liquidità disponibile in ogni sede del Tempio, ma suscitando così anche l'irritazione di molti, in quanto le commende templari europee non erano più la fucina di valorosi guerrieri, ma soprattutto degli sfruttamenti demaniali, così come i centri di reclutamento di nuovi membri e le case di riposo non avevano più ragion d'esistere, ma apparivano come dei rami secchi, ormai privi di linfa vitale. Rami da tagliare, dunque.

Si incominciò, dunque, da varie parti a parlare di riforma, soprattutto dopo il 1291. Dato che i Papi non cessavano di fare appello ad una ulteriore futura crociata - auspicata, peraltro, dagli stessi Templari per tentare di riscattarsi dalle ultime vicende poco edificanti -, si pose il problema di come organizzare la nuova cavalleria incaricata di tale missione al servizio della Chiesa.
Le idee scaturirono da più fronti, sia nell'ambito dei corpi politici che facevano capo al Romano Pontefice, sia dalle corti dei principali sovrani d'Europa.
La proposta emergente fu la seguente: perché non unificare i vari Ordini cavallereschi, ormai troppo dispersivi ed articolati, a vantaggio di un Ordine nuovo, o magari anche a favore di uno solo di quelli antichi? Se la fede è unica, è giusto che anche la milizia della fede debba essere unica.

Il Gran Maestro dei Templari Jacques de Molay - in carica già dal 1298 - si oppose con tutte le proprie forze al progetto di fusione, intuendo probabilmente che - secondo una precisa volontà politica sempre più marcata delineatasi sia in Oriente che in Occidente - l'Ordine del Tempio ne avrebbe fatto le spese più di tutti gli altri. Egli scrisse al Papa Clemente V, nel 1306, per far presente che un solo Ordine, invece che più, voleva dire un solo Gran Maestro invece che diversi, il che avrebbe potuto significare un accentramento di potere nelle mani di un solo uomo, pericoloso per la Chiesa e per i sovrani d'Europa; le elemosine si sarebbero, peraltro, dimezzate; una parte dei monaci-cavalieri - complessivamente troppo numerosi - avrebbe dovuto rinunciare al proprio ruolo a vantaggio della nuova milizia specializzata; infine, Molay, nello stesso senso, mise in guardia il Papa contro un calo di motivazione e di impegno da parte dei guerrieri: la rivalità tra più Ordini, viceversa, suscita competizione, emulazione e crea ideali, e rende così un migliore servizio alla cristianità.

Purtroppo, Clemente V era un Papa piuttosto debole e passivo, soggiogato - come si verificò per tutti i Papi durante la "cattività avignonese" - dall'autorità dei sovrani di Francia, in questo caso di Filippo IV il Bello. Il Pontefice, dunque, aveva in tutta questa vicenda come unica preoccupazione solo quella di evitare problemi; conseguentemente accolse - informalmente - la richiesta di Molay e lasciò tutto come era prima, astenendosi dall'unificazione. Solo se la crociata si fosse effettivamente realizzata, allora si sarebbe affrontata la questione della riforma degli Ordini.

All'improvviso, lo scandalo: un fuoriuscito denunciò l'Ordine del Tempio: sodomia, eresia, apostasia. Clemente V tentò di tergiversare, prendendo tempo, evitando di andare in fondo ad un affare che si profilava molto pericoloso.
Allora, il 13 ottobre 1307, all'alba, tutti i Templari di Francia vennero arrestati per ordine del re. Filippo il Bello mise, dunque, Clemente V dinanzi al fatto compiuto: il Papa non potè più temporeggiare.

Filippo il Bello non aveva deciso di giudicare direttamente il Tempio: non aveva alcun titolo a farlo ed i suoi giuristi sicuramente ne erano a conoscenza.
Tuttavia, egli si considerava (come era già ampiamente emerso nel conflitto con il Papa Bonifacio VIII) quale custode della fede nel suo regno, perciò riteneva che fosse suo diritto esigere che il Papa facesse il proprio dovere.

Il primo interrogatorio fu condotto dai commissari del re, un secondo dalla commissione dei Cardinali finalmente designati da Clemente V; in proposito il Pontefice dichiara nella Bolla "Vox in excelso":

"Già dalla nostra elevazione al sommo pontificato...qualche segreta informazione ci rendeva noto che il maestro, i priori, e altri frati della Milizia del Tempio di Gerusalemme, e l'Ordine stesso, erano caduti in una innominabile apostasia, contro lo stesso signore Gesù Cristo, nella scelleratezza di una vergognosa idolatria, nel peccato esecrabile dei sodomiti e in varie altre eresie...Ma poi il nostro carissimo figlio in Cristo Filippo, illustre re dei Francesi, cui erano stati rivelati gli stessi delitti...dopo essersi informato il più ampiamente possibile dei fatti predetti, per ragguagliarci e informarci a questo riguardo, ci ha fatto pervenire per mezzo di ambasciatori o di lettere, molte e gravi notizie...Ma infine per voce comune o per la clamorosa denunzia di tale sovrano, di duchi, conti, baroni, ed altri nobili, di chierici e di membri del popolo di Francia, venuti alla nostra presenza proprio a questo scopo...giunse alle nostre orecchie - lo diciamo con dolore - che il maestro, i priori e altri frati di questo ordine, e l'ordine stesso, erano coinvolti in questi e molti altri crimini. Ciò sembrava provato da molte confessioni, attestazioni e deposizioni dello stesso maestro, del visitatore di Francia e di molti priori e frati dell'ordine presentate davanti a molti prelati e all'inquisitore per l'eresia; deposizioni fatte e ricevute nel regno di Francia previo interessamento dell'autorità apostolica, redatte in pubblici documenti, e mostrate a noi e ai nostri fratelli...Allora, volendo conoscere la verità su tutto quanto e se fossero vere le loro confessioni e deposizioni...presentate a noi e ai cardinali pubblicamente dallo stesso inquisitore, abbiamo dato incarico e mandato ai nostri diletti figli Berengario, allora cardinale del titolo dei ss. Nereo ed Achilleo, ora vescovo di Frascati,...Stefano, cardinale del titolo di s. Ciriaco alle Terme, e Landulfo, cardinale del titolo di sant'Angelo...perchè essi...cercassero con diligenza la verità e ci riferissero qualunque cosa avessero trovato su queste persone e presentassero alla nostra autorità apostolica le loro confessioni e deposizioni...".

L'esito di entrambi gli interrogatori fu concorde e si rivelò a sfavore dei Templari:

"...allora il maestro generale, il visitatore e i priori...dopo aver prestato giuramento sui santi evangeli di dire in proposito la pura e completa verità...uno per uno, liberamente, spontaneamente, senza alcuna costrizione o timore, fecero la loro deposizione e, fra le altre cose, confessarono di aver negato Cristo e di aver sputato sulla croce, al momento dell'ammissione nell'ordine dei Templari; alcuni di essi confessarono anche di aver ricevuto molti frati nella stessa forma, esigendo, cioè, che si negasse Cristo e si sputasse sulla croce...".

Sicuramente, lo storico - al di là del racconto contenuto nella Bolla - può a buon diritto tener conto delle circostanze contingenti in questa trama di accuse gravi - e ciononostante accettate -, e tentare di indagare nei meandri della nascosta realtà sottostante.
I Templari non detenevano certamente, all'epoca, il monopolio della sodomia, come neanche quello dell'ambiguità teologica. Dato che, tuttavia, la volontà politica delineatasi a più riprese mirava ad annientare l'Ordine, non dovette essere difficile, per dei giuristi e teologi, mettere in difficoltà dei rudi soldati a colpi di sottigliezze dogmatiche.

I Templari avevano venerato un reliquiario sotto forma di busto come ce ne erano tanti nelle chiese medievali; un secolo di tradizione orale trasmessa dal vecchio soldato al più giovane bastava a fare del reliquiario una "testa barbuta di aspetto terrificante" (il famoso "bafometto") e, della semplice venerazione, una colpevole adorazione.
Il templare era in possesso di una cultura limitata. Sapeva, forse, che venerare è una pratica di devozione e che adorare è un crimine se non si adora Dio stesso? Il templare comune comprendeva forse la portata del suo gesto quando piegava il ginocchio?

Detto ciò, perché effettivamente Filippo il Bello si accanì fino a questo punto contro i Templari? Si è detto e si è scritto che l'Ordine del Tempio cadde perché il re voleva appropriarsi dei suoi beni e che, a questo scopo, avrebbe addirittura manipolato le prove o precostituito prove false nel processo contro di esso. Certamente, non si può negare che il sequestro del tesoro dell'Ordine abbia procurato al re, per diversi anni, un singolare credito - grazie alle cospicue rendite che ne derivavano -, annullando in questo modo i debiti che la corona francese aveva verso il Tempio.
Tuttavia, dopo l'estinzione dei Templari, tutti i loro beni vennero affidati all'Ordine degli Ospedalieri - come stabilì la stessa Bolla "Vox in excelso" -, quindi non rimasero nelle mani di Filippo il Bello, neanche parzialmente. Allora, perché questo re, in grado di chiedere prestiti a città, banche, ed al Tempio stesso, si era assunto l'enorme incarico della gestione delle proprietà dei Templari, dal momento che gli era senz'altro possibile chiedere a prestito, senza oneri, l'intero ammontare di quelle proprietà? La questione economica, dunque, difficilmente pare possa considerarsi l'unica causa dell'intera faccenda. D'altra parte, anche nella "Vox in excelso", il Pontefice dichiara:

"...il nostro carissimo figlio in Cristo Filippo...non per febbre di avarizia - non aveva, infatti, alcuna intenzione di rivendicare o di appropriarsi dei beni dei Templari; anzi nel suo regno li trascurò tenendosi del tutto lontano da questo affare - ma acceso dallo zelo per la vera fede sulle orme illustri dei suoi antenati...ci ha fatto pervenire...".

Si è menzionato anche il pericolo politico. L'Ordine del Tempio, Stato nello Stato, doveva scomparire perché metteva in pericolo la corona del Capetingio.

Senza dubbio, gli ultimi conflitti con la Chiesa collocavano questa preoccupazione - essere l'unico padrone nel proprio regno - tra le idee guida del programma politico di Filippo il Bello; tuttavia, dal momento che i Templari vennero annientati per aver acquisito troppo potere, come spiegare che l'influenza del re si sia esercitata nel Concilio di Vienne, a favore della soluzione che garantiva ad un altro Ordine un potere ancor più vasto? L'offerta dei beni dell'Ordine del Tempio agli Ospedalieri fa cadere anche la facile spiegazione della gelosia politica.

Probabilmente, la spiegazione più convincente sembra collocarsi nella volontà di Filippo il Bello di dichiararsi difensore dell'ortodossia, facendosi carico in prima persona di quel potere ecclesiale di Papa Clemente V che, di fatto, venne meno in questo caso. In sostanza, la caduta dei Templari fu, a questo proposito, proprio una logica conseguenza della disputa con Bonifacio VIII: si trattò di sapere chi dovesse essere a capo della Chiesa di Francia e quale fosse la linea di demarcazione tra il potere spirituale del re ed il potere temporale del Pontefice. Il re si intromise negli affari del Tempio in virtù della responsabilità che egli rivendicava all'interno del magistero in materia di fede e costumi. Filippo il Bello, in definitiva, si sentiva responsabile anche della salvezza eterna dei suoi sudditi.

Ecco perché, quando le inchieste giudiziarie promosse mostrarono progressivamente le colpe dei singoli Templari, e non la colpa dell'intero Ordine, Filippo intervenne in maniera decisiva perché comunque le conseguenze negative ricadessero su tutta l'istituzione. Senza dubbio, Clemente V e il Concilio si sarebbero volentieri fermati all'assoluzione dei Templari pentiti, ma il re di Francia non potè permettere che lo scandalo si insabbiasse. Egli aveva deliberatamente aperto la crisi e doveva condurla a termine. Non ci si poteva limitare ad una - tacita o espressa - riprovazione dell'Ordine ed alla riconciliazione di alcuni membri.

Ecco, allora, nel 1310, l'improvviso processo ai Templari della provincia di Sens, altrimenti detto della regione parigina. I più illustri Templari caddero vittime di una procedura del resto perfettamente regolare, in senso giuridico: mandare al rogo colui che, dopo aver confessato le sue colpe, avesse ritrattato la confessione e, dunque, l'espressione del suo pentimento. E fu questa, nel 1314, la fine tragica dei dignitari Molay e Charnay, condotti al rogo non per aver difeso il Tempio dalle accuse rivoltegli, ma per aver ritrattato all'ultimo momento delle confessioni loro estorte, probabilmente sotto tortura. Non pare, tuttavia, che in tale comportamento del sovrano francese fosse ravvisabile un'attività di inquinamento o di sovvertimento delle prove.

Dopo la soppressione dell'Ordine del Tempio, il progetto di dotare la cristianità di una forza militare permanente nuova, frutto della fusione tra i vari Ordini cavallereschi, non fu mai più attuato; restò, tuttavia, l'idea di "riordinare" la cavalleria.
Ma furono adesso i principi, a partire dalla metà del XIV secolo, che si impegnarono a riformarla in modo da trarne vantaggio personale.