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lunes, febrero 06, 2012

L’onore e il coraggio






Il coraggio, parola che deriva chiaramente da cuore, indica un’azione che comporta l’impegno di tale misterioso centro dell’essere umano. Al cuore si attribuiscono oggi una serie di funzioni fisiche mentre le funzioni per così dire psichiche e quelle spirituali sono “laicamente” delegate al cervello. Il cuore, non rappresenta che simbolicamente quel centro particolare dell’anima o quel motore dell’energia spirituale che rappresentava per molte antiche tradizioni. Non ha più le “orecchie” e non è più un “vaso”, come nell’antico Egitto né raccoglie i principi virtuosi dell’Eroe, come nella antica Grecia o anche in India o nella civiltà incaica.

Tale degradazione della funzione cardiaca ha progressivamente snaturato il significato del coraggio. C’è uno stereotipo del coraggioso, guerriero, portatore di fiaccole e bandiere, un’immagine a volte romantica, a volte fosca e conflittuale, che trova il più enfatico approdo in certa filmografia, dove, maggiori sono il sangue, la tortura, il dolore, provati dal protagonista, più si enfatizza l’uomo “tosto” che, a fronte di un ideale superiore (patria, famiglia e re, ma anche ideali orgogliosi assai più meschini) accetta qualsiasi prova, qualsiasi tormento.


Coraggio viene quindi spesso equiparato a disprezzo del pericolo o alla resistenza al dolore (e tali due “qualità” compaiono nelle menzioni che accompagnano il conferimento di onorificenze al valore). Anche il valore, al pari dell’onore, è un termine che col passare del tempo è stato sempre più abusato e stravolto, soprattutto a causa dell’esorcizzazione della guerra e della morte che questo civilissimo mondo ha teorizzato come estremità d’ogni male. Infatti i coraggiosi sono sempre e soltanto i “portatori” di qualche forma di civiltà conforme agli standard occidentali, dove ovviamente confluisce ogni tipo di scopo superiore, o intento umanitario.[1]

Il valore, termine derivato dalla radice welle, analogo al tedesco waltan e allo slavovlasi , è un termine che indica il dominio e la sovranità (su se stessi e sugli altri).

L’onore, che nasce forse da un antico latino honus dovrebbe indicare la stima che si riconosce ad un determinato talento.

Ora noi sappiamo che spesso si considera un valore la disgrazia di esser morti, ma non è affatto detto che morire sia un atto eroico e, a volte, neanche che sia una disgrazia. E’ un atto sicuramente tragico nei confronti dell’attesa di vita che è in ogni corpo vivente, ma non necessariamente eroico. Riguardo poi al termine onore, basti pensare come la classe politica si sia appropriata dell’attributo onorevole… e questo dovrebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi pretesa di restituire all’onore la serietà che merita..

Ma se riflettiamo su tali stereotipi connessi al coraggio dobbiamo ammettere che non c’è alcuna ragione per non estenderli a coloro che si uccidono compiendo un strage (i cosiddetti terroristi), a coloro che corrono in moto a velocità folle, scaricando adrenalina da ogni poro, a coloro che fanno arrampicata libera su per i monti, a coloro che fanno a pugni sopra un ring o al di fuori del ring.

Insomma c’è un sacco di gente che si mena e che si fa menare, che rischia la pelle sia per cause nobili come per cause ignobili o idiote, e che in tal modo, per alcuni, potrebbe rientrare massivamente nella categoria dei coraggiosi o dei valorosi e quindi ottenere schiere di emulatori.

Sono infinite le sfide umane che richiedono “coraggio” e sono altrettante quelle che richiedono “incoscienza”. Né le une né le altre richiedono necessariamente un’etica. Quanti uomini che sono andati incontro al sacrificio vengono considerati coraggiosi, quando non eroi, da una fazione, mentre per un’altra sono solo assassini?

E poi c’è la schiera di coloro che restano coinvolti, o a volte travolti, dalle loro passioni (politiche, affettive, erotiche) e che, a seguito di tali passioni compiono atti di estremo coraggio (o di estrema incoscienza) e, nel compierli,… distruggono la loro vita e, assai spesso, quella di tante altre persone (la storia di Compare Turiddu, della Cavalleria Rusticana, è un esempio lampante).

Abbiamo trattato parzialmente tale tema nel convegno sulla “Guerra i templari e gli altri cavalieri”, di cui è prossima l’uscita in stampa. In tale convegno abbiamo cercato di distinguere colui che uccide o viene ucciso, trascinato dalle sue passioni, da colui che può eccezionalmente scegliere la via della morte, ma completamente libero da qualsiasi passione.

In queste note vorremo però fare qualche accenno ad un altro modo di vedere il coraggio.

E parlare del coraggio silenzioso, del coraggio di colui che rinuncia, del coraggio di colui che perde. del coraggio di colui che si ritira.

Eh si, perché ci vuole un coraggio terribile a perdere. Perdere una persona cara, perdere l’onore, perdere la faccia: alcune di queste cose possono rappresentare elementi su cui abbiamo fondato la nostra vita o, addirittura, il nostro cammino spirituale.

Vorrei sostenere, al pari di tanti esseri assai più profondi di me, che non esiste vero coraggio se non esiste la vera paura. E forse nelle nobili figure di Ettore e di Achille vediamo proprio tali estremi.

L’eroe è Ettore che affronta con dolore enorme la guerra, i pericoli e i rischi, che fa del tutto per non mettersi in mostra, che non vuole acquisire onore e fama ma cerca soltanto difendere e proteggere, la sua patria, la sua famiglia i suoi principi di “normalità”: ma non c’è un briciolo d’enfasi nel suo agire. Ecco, la sua è autentica azione di cuore.

Il vero coraggio è quello di Cirano, che si ritira per amore e aiuta il suo inconsapevole rivale a conquistare, al suo posto, la donna che lui ama, creando un capolavoro di bellezza e spaccando il suo cuore in un atto d’eroismo estremo e di sacrificio.

Il coraggio è quello di Cristo che sudando sangue veglia spiritualmente sui discepoli e si lascia arrestare. Ma non sono mai questi gli atti di coraggio che colpiscono la plebe. Perché l’umiltà del vero coraggioso è troppo sublime per essere compresa.

Per questo non reputo coraggiosi i vari interventisti di pace o di guerra che sbrodolano il loro intervento a destra e a manca. (Seguendo il senso che abbiamo voluto dare al coraggio, appaiono eticamente assai simili anche se qualcuno potrebbe inorridire di tale affermazione)

Per questo, molto più di quei super-medici che appaiono costantemente in televisione a mostrare il loro coraggio nell’essere presenti in “zone di guerra” e che ricevono elargizioni di varia natura, apprezzo enormemente di più tutti quegli altri, di cui nessuno sa nulla, che si prodigano in silenzio per il prossimo e che muoiono da sconosciuti.

Per questo alle “super-sante” che danno lustro alla chiesa preferisco le piccole sante che, disperse o dimenticate in un paese lontano, offrono la loro vita per alleviare il peso di quella degli altri, o ancor più pregano, nascoste dal silenzio di una cella monastica, dove nessuno saprà mai e proclamerà mai la loro santità.

Credo che il vero coraggio sia negli occhi rassegnati e umiliati (si, la rassegnazione e l’umiliazione non sono così lontane dal coraggio come a volte si pensa) di una persona abbandonata in una corsia d’ospedale, sottoposta all’indifferenza e spesso alle angherie di infermieri o dei medici, impotente e impossibilitata a muoversi e a comunicare le sue necessità più elementari (ne ho viste centinaia), collegata a decine di tubi e tubicini, che cerca disperatamente di mantenere viva la sua dignità d’essere umano, nonostante il disprezzo, a volte ostentato di coloro che la circondano.

Credo che il vero coraggio sia nella solitudine di un vecchio che, abbandonato dai suoi familiari e dalla società perché ritenuto ormai “inutile” al progresso e alla società, mantiene eroicamente il suo sorriso, mostrando la potenza della dignità umana, al di la delle incurie del suo prossimo.

Proprio per questo credo che il coraggio più estremo sia sempre in colui che mantiene fede ai suoi impegni senza andarlo a raccontare in giro, credo che la virtù più estrema sia nel silenzio di chi non si vergogna d’amare, di chi non strumentalizza la sua azione, di chi non fa mercimonio della sofferenza e di chi, prima di decidere di voler cambiare il mondo, si impegna alacremente a cambiare se stesso, e non ne fa parola ad alcuno.