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viernes, febrero 03, 2012

Filosofia e spiritualità: lo spirito del Cavaliere





L’anno di grazia 1118 segnò un evento destinato ad influenzare l’intero occidente per i secoli successivi: la fondazione dell’ordine dei poveri di Cristo, più noto come ordine dei Cavalieri del Tempio di Salomone, più brevemente, Cavalieri Templari.

Bernardo di Chiaravalle diede incarico a Hugh de Paynes e Geoffroy de Saint-Omer di costituire un ordine monastico militare, con lo scopo di proteggere i pellegrini che si recavano in terra santa.

L’esigenza dichiarata era quella di arginare la violenza e la dissennatezza che la prima crociata produsse.

La realtà storica rivela comunque intenti meno evidenti, che condussero i primi nove cavalieri templari a Gerusalemme, alla corte di re Baldovino II, proprio al tempio di Salomone, dove dimorarono per lungo tempo, occupati dagli scavi tra le rovine del tempio di Erode.

Ma in questi tempi dove la cinematografia e l’editoria romanzesca conducono a facili riferimenti al misterico, non ci addentreremo nei segreti dei cavalieri del Tempio, né ci soffermeremo sul loro compito nascosto, bensì sul significato profondo della loro esistenza, dei principi che animano la cavalleria sacra.

E per far ciò, dobbiamo tornare indietro ben quattro secoli, in Arabia, dove il Profeta stesso dichiarava, per bocca di Gabriele, il genero ‘Ali cavaliere per eccellenza nella battaglia di ‘Ud, avvenuta nell’anno dell’hegira 2,3/624 a.d..

Cosa poco nota, la cavalleria, così come prese forma in occidente, trae ispirazione e forma proprio dal medio oriente: la civiltà islamica.

La futuwah, termine assai complesso che designa appunto la cavalleria, quale espressione di generosità, liberalità, valore, deriva dal sufismo, e le testimonianze scritte giunte a nostra conoscenza descrivono una vera via spirituale, una modalità per la realizzazione interiore dei più elevati principi universali.

La derivazione del termine è coranica, dove col temine “fata” (da cui futuwah) si intende “giovane”, a proposito di Abramo (Corano XXI, 60) e anche “servitore”(Corano XVIII, 60, 62; XII, 36, ecc.).

Abramo distrusse i falsi idoli del suo gruppo, ad eccezione del più grande e venerato, mettendo il popolo in condizione di riconoscere l’assurdità delle sue credenze. E’ il suo vigore giovanile che si esprime (come “Fata”), di pari passo con la sua maturità spirituale, e infatti il Corano dice: “E già da prima demmo ad Abramo rettitudine (intesa come maturità o guida spirituale) poiché ben lo conoscevamo…” (Corano XXI, 51), cioè in età precoce.

Osservando il comportamento di Abramo, si è colpiti da due fattori: l’uso della forza, che avviene appunto tramite la distruzione degli idoli, e l’uso della compassione, che si esprime in questo caso nel condurre il popolo a comprendere la falsità dei suoi falsi dei. Se egli avesse distrutto l’ultima effigie del dio, non ne sarebbe derivata alcuna comprensione da parte della sua gente, ma egli avrebbe solamente espresso una prova di forza, avrebbe solo espresso una sua convinzione. Questo non avrebbe tratto alcun bene per la sua gente. Così egli decise di condurre il popolo a capire, mostrando loro l’illusorietà del loro credo.

Vi è quindi un moto eroico, un prestare la propria forza al servizio di un bene più grande: ecco la figura del Cavaliere, il “Fata”.

Nelle spade arabe, viene riportata la sentenza “non c’è spada che zul fakar (la spada di ‘Ali) né cavaliere che ‘Ali”, e la cerimonia di investitura al cavalierato araba riporta un rituale brindisi bevuto dalla coppa della cavalleria.

Così, torniamo in occidente, dove la spada e la coppa si ritrovano al medesimo modo nel mito di Artù: Excalibur e il sacro Graal.

L’epopea di Artù e dei suoi cavalieri, narrata da Chretien de Troyes, Robert de Boron e da molti altri, segna come un sigillo i principi di nobiltà e di ricerca del vero della spiritualità occidentale, e possiamo osservare un completo parallelismo tra le tradizioni araba e occidentale, che si esprimono quasi come un’unica cosa.

In effetti, è quantomeno singolare che il ripetersi delle crociate in Terrasanta, abbia spesso condotto a scambi di conoscenze, e Gerusalemme, nella storia sotterranea, è stata ben lungi da testimoniare divisione bensì una segreta collaborazione tra eminenze occidentali e islamiche.

Basti pensare alla sesta crociata, condotta da Federico II, Stupor Mundi, la quale avvenne senza spargimento di sangue, a prezzo della scomunica.

E’ noto che gli accampamenti cristiani di Federico fossero regolarmente frequentati da dignità islamiche, nei campi dell’arte, della filosofia, della spiritualità, ed è senz’altro lecito affermare che le conoscenze di Federico, ed i principi cavallereschi che egli espresse e trasmise ai suoi cavalieri teutonici, fossero intrisi degli insegnamenti segreti provenienti da quei convegni “eretici”.

In realtà, la storia ci indica che, da un certo grado in su, le cavallerie occidentali ed arabe si incontrarono, generando una grande sinergia di conoscenza e un notevole scambio a più livelli, tanto da determinare, ad esempio, la nascita dello stile gotico in occidente.

In effetti gli ordini cavallereschi monastici Gerosolimitani, appunto i cavalieri Templari (cistercensi), i cavalieri Teutonici, i Cavalieri Ospitalieri (benedettini), che divennero nel tempo cavalieri di San Giovanni, di Rodi e infine di Malta, i cavalieri del Santo Sepolcro (creati da Goffredo di Buglione, con la regola di Sant’Agostino), se storicamente nacquero in concomitanza delle crociate, pure affondano lo spirito negli albori della storia, nel mito dell’eroe.

La mitologia greca ci riporta infatti figure immense quali Prometeo, che rubò dall’Olimpo il fuoco sacro rubandolo agli Dei, per portarlo agli uomini, Orfeo, che sfidò gli inferi per giungere alla sua amata Euridice, Ercole, che dovette subire le dodici prove, compiendo a ritroso la realizzazione della simbologia zodiacale.

In effetti il Cavaliere è l’eroe per eccellenza, colui che, puro di cuore, affronta le avversità per senso di giustizia e amore.

Ma ora, viste le simmetrie tra le varie tradizioni, e le origini remote del mito, quali sono le tappe che conducono al rango di Cavaliere, e quali gli elementi che costituiscono la Cavalleria, i principi ai quali si ispira?

Cavaliere è un titolo nobiliare, ma, come visto, essendo la cavalleria essenzialmente una via di comprensione profonda di conoscenza e di ricerca di spiritualità, è necessario leggere tale rango nobiliare in termini di profondità e spiritualità, e per far questo, è utile brevemente introdurre i tre gradi di investitura di un cavaliere, rifacendoci ora alla tradizione occidentale.

Il primo grado è il donzello, quando, all’età di sette anni, tolto all’influenza delle donne, incomincia l’educazione all’essere Uomo. Giochi militari, caccia col falcone, addestramento all’uso delle armi. Quindi diviene paggio o damigello, possibilmente presso un nobile di elevato rango e fama, dove si pone al servizio del signore e della sua dama.

Il secondo grado è quello dello scudiero, quando, a quattordici anni, viene condotto all’altare, dove il sacerdote cinge il giovane di una spada e una cintura benedetti. Ora egli rende servizio direttamente ad un nobile, e lo aiuterà nelle sue imprese, badando alle sue faccende, curando le sue armi, proseguendo, alla sua guida, al suo addestramento.

Il terzo grado è appunto quello di Cavaliere, conseguimento che avviene tramite l’investitura, data dal suo signore con la nuda spada di piatto sulle spalle e sul capo, nel nome di Dio, San Giorgio, San Michele.

Ma per diventare Cavaliere vige l’onere di superare quello che viene chiamato il sentiero delle prove, superate le quali, egli avrà dimostrato di avere maturato in sé i principi di un Cavaliere, e il rango a cui verrà condotto nell’investitura sarà unicamente un’espressione esterna di una nobiltà d’animo acquisita tramite il servizio e la rettitudine, un riconoscimento di uno stato di fatto: colui che ha saputo varcare il sentiero delle prove ha conseguito al suo interno la dignità corrispondente.

Ancora senza inoltrarci nelle profondissime simbologie celate nei passaggi, nel cerimoniale, nel sentiero delle prove, è abbastanza evidente che i gradi di investitura esprimono una maturazione individuale, che culmina nel cavalierato.

In estrema sintesi, possiamo osservare interessanti analogie con le tradizionali scuole di conoscenza, dove vigono i gradi di iniziazione di aspirante (o amico), adepto, discepolo (o figlio).

Egli giura fedeltà al suo Signore, oppure, nel caso del cavaliere monaco, al suo ordine, e sposa una regola, una linea di condotta che seguirà con coerenza e dedizione assolute.

Ma, quale che sia il giuramento, se verso un sovrano o un ordine monastico, egli non presta fedeltà a un uomo, o ad una congregazione, bensì sposa il principio che in essi si incarna.

Nel caso del Sovrano, egli presta servizio ad una espressione di autorità di provenienza divina, nel caso di un ordine, ad una fratellanza di uomini che in quanto uniti creano in terra una comunione di intenti e di cuori, e che in questo rivestono l’espressione dell’unità divina.

E’ possibile osservare una identità di significato, giusto per cogliere un afflato più ampio, nel termine buddhista di Shanga.

Quanto agli ideali che lo muovono è bene precisare che questi non sono la proiezione delle proprie idee, le aspettative relative al proprio giudizio e alla propria personale visione delle cose, bensì i riflessi della mente divina, e per questo è meglio definirliprincìpi, ossia espressioni cardinali della volontà primigenia.

Ma cosa un cavaliere deve realizzare in sé per giungere alla nobiltà?

Nel X secolo ibn al-Husayn as-Sulami scrisse il “libro della cavalleria” (kitab af-futuwah), nel quale riporta la regola della cavalleria islamica, l’insieme di precetti a cui il perfetto cavaliere o discepolo deve attenersi, tra i quali:

“…Rendere il bene per il male e passare sopra le cattive azioni altrui;

Correttezza nel comportamento e negli stati interiori;

Limpidità e generosità d’animo;

Amare e frequentare i poveri e gli abbandonati;

Non considerare se stessi, le proprie azioni o il frutto delle proprie azioni come cose importanti;

La migrazione verso Dio di tutto il cuore e di tutto l’essere;

Esigenza di sincerità verso sé stessi, in modo che ci si distacchi da ciò che occupa gli altri uomini;

Andare al di là dei bisogni di tutta la gente mantenendo il proprio decoro in uno stato di servitù;

Che l’Amante possa obbedire a tutte le voci dell’Amato;

Credere a ciò che c’è di migliore negli uomini e rispettare il carattere sacro dei loro diritti;

La compassione agente attraverso la quale si dà priorità ai bisogni altrui sui propri;

Nobiltà di carattere nel seguire la Via;

Sopportare le prove senza lamentarsi, con pazienza ed eguaglianza d’umore;

Liberarsi dal mondo e da ciò che contiene per fare il servitore del Maestro dei mondi;

Non trovare alcun rimedio al proprio male d’amore;

Sopportare le prove in uno sforzo continuo per progredire nella Via;

Consacrarsi al tempo presente senza preoccuparsi del passato o dell’avvenire;

Provare compassione tanto verso quelli che sono obbedienti a Dio che verso quelli che deviano dalla Sua via;

Dimenticare il bene che avete potuto fare per i vostri amici e saper riconoscere questi per il loro vero valore;

Mettersi al servizio degli altri e dar prova di generosità senza discriminazione;

Rispondere al dovere dell’onore e allo spirito di cavalleria;

La verità, la lealtà, la generosità, l’eccellenza del comportamento, la nobiltà d’animo, la dolcezza verso i propri fratelli, la convivialità;

Rispettare la propria parola;

Trattare con benevolenza ciò che Dio ha affidato alla nostra custodia;

Essere sincero nelle proprie opere, agire secondo una rettitudine interiore…”

Da queste parole si desume facilmente che la Cavalleria non può essere separata da un afflato mistico che anzi la pervade e ne rappresenta le fondamenta.

Il cavaliere alla sua massima espressione infatti è un mistico armato del suo senso di giustizia, e la sua spada colpisce per difendere il più debole dalla prevaricazione e dal male.

Quindi il cammino di un Cavaliere, tradizionalmente, è un percorso alla ricerca della perfezione e di maggior contatto con l’essenza divina, e questo appare evidente nella saga arturiana.

E’ l’esempio di Parsifal, che nel cammino delle prove perde il senno per cinque anni, dimentico di sé, fino a ritrovare sé stesso e la Verità al ritrovamento del sacro Graal. Parsifal che appunto, si fa folle di Dio, nel timore d’averlo perduto, per giungere al compimento del suo percorso spirituale: la perfetta incarnazione del cavaliere.

Il 13 ottobre 1307 su ordine del re di Francia Filippo il Bello, con la connivenza di papa Clemente V, i templari vengono arrestati in tutta Europa dopo essere stati accusati di eresia, sodomia e idolatria.

Si chiude così per l’occidente, in modo crudele e sanguinoso, l’epopea gloriosa dei cavalieri. Da allora in avanti gli ordini cavallereschi si sciolsero, mutarono direzione e intenzioni, si dispersero o sopravvissero a loro stessi.

Un’altra possibilità svanì, e un capitolo di storia si chiuse, come la possibilità di un diverso avvenire per la storia d’occidente.

Non è possibile esplorare un’attualità alternativa, e considerare cosa la cavalleria avrebbe potuto realizzare nel corso della storia, ma senza dubbio è possibile immaginare cosa potrebbe realizzare ora.

Si sono sciolti gli ordini, distrutti, saccheggiati, rubati i beni terreni, uccise le persone, ma le idee di cui essi si fecero portavoce, rimangono immutate, nell’eternità della verità.

Non è possibile rimediare al passato, ma è possibile da questo trarne l’insegnamento della storia, e aspirare ad un ritorno ai princìpi del Cavalierato: onestà, protezione dei più deboli, rettitudine, nobiltà di spirito, devozione verso il principio femminile, integrità, ricerca della perfezione in ogni cosa, amore.

Uomini animati da questi principi, coerenti e dritti nel loro cammino potrebbero realmente cambiare la loro realtà, ed essere ad esempio a questo mondo povero di riferimenti e dimentico delle fondamentali Verità dell’esistenza.

Nella collettiva amnesia di Verità, però, qualcosa risuona dalla remota eco della storia.

Le voci di migliaia di esseri che hanno sacrificato la loro esistenza per portarci l’esempio di una vita condotta secondo nobiltà, fierezza, onestà d’animo.

I volti di Hugh De Peynes, Jacques de Molay, Giordano Bruno, Bernard de Clairvaux, e tutti coloro che ci hanno preceduto permangono, e la loro testimonianza è viva e più che mai attuale.

Un cavaliere non serve un uomo ma un principio, e questi non possono perire: il sacrificio di un Cavaliere suggella la sua eternità, in quanto il sacrificio è Sacro Ufficio, preghiera nell’azione.

E infatti i princìpi del Cavaliere restano intatti ai millenni, a rappresentare una vera risposta al vuoto di quest’epoca, alla mancanza di passione, al collettivo smarrimento, alla perdita di valori, alla falsità, superficialità, violenza imperanti, per coloro che, per quanto assopiti dal clamore di una falsa comunicazione e da troppo facili vie, al proprio interno sentono, profondo, gridare il desiderio di maggior verità.



Igor Milanesi