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jueves, febrero 02, 2012

I cavalieri dell’Ordine cristiano dovevano provare la propria appartenza aristocratica




Da Malta la nobiltà certificata

I cavalieri dell’Ordine cristiano dovevano provare la propria appartenza aristocratica

Nelle cerimonie religiose popolari, soprattutto nel meridione d’Italia, è possibile imbattersi in un personaggio che, prendendo posto tra le autorità, attira l’attenzione per l’insolito abbigliamento: un mantello con una grande croce ad otto punte. È il rappresentante di un’istituzione carica di storia, uno dei 13.000 membri del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta, presenti in 120 paesi. La persona col mantello è, forse, un aristocratico, sicuramente un "gentiluomo cattolico animato da altruistica nobiltà d’animo e di comportamento" – secondo la definizione melitense – che si è votato alla difesa della fede e al servizio dei poveri.

L’Ordine di Malta ha la dignità di stato sovrano – pur non essendolo propriamente – ed intrattiene rapporti diplomatici con oltre 100 stati ed organizzazioni internazionali, ONU compresa. Ne è capo il Gran maestro, eletto a vita, con duplice attribuzione di capo dell’ente sovrano e dell’ordine religioso, per il quale ha il rango di cardinale. Gli appartenenti si dividono in tre ceti: Cavalieri di Giustizia e Cappellani Conventuali Professi, con voti monastici di povertà, castità, obbedienza; Cavalieri e Dame in obbedienza, con promessa canonica d’ obbedienza e di vita cristiana secondo i principi dell’ordine; Cavalieri Laici, che s’impegnano a praticare vita cristiana esemplare e a partecipare attivamente alle opere dell’ordine.

Ma di che cosa si occupa questa entità dai connotati vagamente misteriosi? Ce lo dice la Carta Costituzionale dello S.M.O.M.: "... l’Ordine afferma e diffonde le virtù cristiane di carità e di fratellanza, esercitando, senza distinzione di religione, di razza, di provenienza e di età, le opere di misericordia verso gli ammalati, i bisognosi e le persone prive di Patria..." In pratica gestisce in proprio e con dovizia di mezzi aiuti umanitari nei paesi del Terzo mondo e nelle zone di guerra.

Detto ciò, la relazione tra l’Ordine di Malta e la rubrica ’i chiamati e gli esclusi’ sembrerebbe affidata ad un excursus storico. E invece no, anche perché, oltre che noioso, sarebbe impossibile relegare in poche righe eventi di un millennio. Preferisco, piuttosto, parlarvi di una prerogativa quasi sconosciuta dei cavalieri: l’ordine fu per secoli la ragione sociale della più accreditata ’società di certificazione’ della nobiltà.

Una norma del 1262 così recita: "... chi ha scelto di essere ricevuto come fratello cavaliere, è necessario che provi autenticamente di essere stato procreato da avi, che sono nobili di nome e di insegne gentilizie." Dopo tre secoli si chiarisce che ’avi’ sono i genitori ed i nonni di entrambi gli stipiti. Nel 1578 sono esclusi dall’ammissione i discendenti di cancellieri, notai e pubblici scrivani. Dieci anni dopo alla lista nera si aggiunge chi, sebbene nobile, abbia ascendenti che hanno esercitato attività commerciali o creditizie. La disposizione assume particolare rilievo dal momento che nega l’accesso ai membri del patriziato mercantile, classe emergente sul piano sociale, politico ed economico. Se è vero che la chiave per aprire ogni porta si chiama danaro, è altrettanto vero che i nuovi ricchi amano mostrarsi per quello che non sono, scimmiottando le classi superiori: il patriziato delle città simbolo del businness Genova, Firenze, Siena e Lucca, convince i ... ’responsabili’ dell’ordine perché ritirino il veto.

A prescindere da questa parentesi di cedimento, verso la fine del XVI secolo, negli stati italiani, l’esame d’ammissione a cavaliere si fa ancor più rigoroso. Si richiedono scritture autentiche a riprova di una nobiltà di almeno duecento anni, non contaminata da cariche cui potesse concorrere il popolino. L’equivoco dell’omonimia con casate certamente nobili viene superato dall’albero genealogico autenticato. Ancora oggi gente che porta cognomi famosi come Orsini, Borgia, Colonna, si spaccia per nobile trascurando che i servi della gleba, considerati solo dei numeri, venivano individuati per gruppi di forza lavoro mediante il cognome dei padroni.

A tanto rigore dell’indagine genealogica corrispondeva altrettanta autorevolezza di giudizio. E di rispetto della privacy. I candidati esclusi, infatti, si vedevano restituire la documentazione prodotta affinché negli archivi dell’ordine non rimanesse traccia del marchio d’ignobiltà. Ma fatta la legge trovato l’inganno: ai bocciati che non si rassegnavano si offriva un’onorevole via di uscita. Potevano ripiegare sulla ’cappellania’, un cavalierato di serie B per il quale era sufficiente anche un indizio minimo di nobiltà e limitatamente al padre. L’escamotage, però, durò poco perché l’ordine in breve rischiò di avere più cappellani che cavalieri.

La croce di Malta, dunque, ci deve indurre a pensare che dietro l’elitaria lobby a sfondo confessionale si cela una nobiltà particolarmente qualificata, trasversale, nobiltà per antonomasia alla pari di quella del Sacro Romano Impero. Almeno fino ad un recente passato. Degli attuali cavalieri è apprezzabile la discrezione delle attività caritatevoli. Un atteggiamento da veri signori, non c’è che dire.