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miércoles, diciembre 21, 2011

ALIMENTAZIONE DEI CAVALIERI TEMPLARI



In una società medievale, carnivora e dedita alle più sfrenate gozzoviglie, i Cavalieri Templari si distinsero per l’adozione di un tipo di alimentazione equilibrata e sana, che nutriva senza appesantire e li manteneva in buona salute.
I primi di essi, giunti in Terrasanta agli albori dell’Ordine, dovettero misurarsi con un ambiente ed una realtà ben diversi da quelli del continente europeo, che si erano lasciati alle spalle. Il clima, le malattie sconosciute e un ritmo esistenziale inconsueto ne rappresentavano le componenti più significative.

Tutto ciò li obbligò a modificare alcuni aspetti del quotidiano vivere occidentale e l’alimentazione vi ebbe un posto preminente. Compresero che se volevano sopravvivere e mantenersi sani, era indispensabile adottare nuovi criteri di nutrizione. Abolirono perciò i grassi, l’uso smodato e continuo delle carni e, fedeli alla Regola che proibiva loro la caccia, eliminarono dai pasti la selvaggina. Anche il vino venne dispensato con moderazione, per impedire solenni ubriacature, in guerrieri che dovevano essere sempre vigili e pronti, in ogni momento, al richiamo della battaglia.

La Regola, manuale di vita dei Cavalieri Templari, ne codificò anche l’alimentazione. L’articolo X stabiliva quanto segue: "Tre volte per settimana vi sia sufficiente di rifocillarvi di carne, a meno che non cada il giorno di Natale, di Pasqua, la festa di Santa Maria, di Tutti i Santi, perché il troppo mangiar carne guasta la salute del corpo". Per tale motivo, l’uso della carne venne limitato ed essi privilegiarono il pesce, le uova, i formaggi, i legumi e le verdure. Naturalmente il posto d’onore spettava al pane, quel pane che troviamo menzionato innumerevoli volte, come nell’articolo XV che recita così: "Sebbene il premio della povertà, che è il Regno dei Cieli, si debba senza dubbio ai poveri, a voi tuttavia, ordiniamo di dare ogni giorno al vostro elemosiniere la decima parte del pane"; tali razioni, stornate dalla mensa templare, venivano distribuite ai bisognosi.
Com’era il pane dei Cavalieri Templari in occidente ? Esso era di due tipi: quello quotidiano, chiamato pane bigio, fatto con farina di grano e di segala, e quello della festa, detto pane bianco, perché impastato appunto con la sola farina bianca.

Le disposizioni alimentari adottate in Terrasanta, dalla casa madre dell’Ordine, furono estese alle altre case, presenti in tutti i territori del continente europeo. A seconda delle zone ebbero, pur rispettando la Regola di base, delle lievi modifiche, dovute al tipo di produzione esistente in quei luoghi. Poiché ogni casa doveva vivere e mantenersi con ciò che produceva, l’alimentazione delle precettorie si basava sui prodotti locali integrata, talvolta, da doni di privati o insaporita dalle spezie che l’Ordine importava in grandi quantità dall’Oriente e vendeva nei mercati occidentali.

I Cavalieri Templari conservavano pesce e carne mediante affumicatura e salatura utilizzandoli, in seguito, insaporiti con spezie varie per ingentilirne il sapore.

Le differenze più rilevanti nell’alimentazione dei Cavalieri Templari si riscontravano tra le precettorie occidentali e quelle orientali. In Occidente l’animale per eccellenza, allevato nelle precettorie, era il maiale utilizzato nella sua interezza e di cui il lardo, salato e conservato, veniva usato come principale condimento ove l’olio d’oliva non era presente. Anche gli ovini, pecore e capre, erano presenti negli insediamenti templari occidentali, soprattutto nelle zone più aride a dai pascoli meno rigogliosi e davano carne, latte e formaggi. Dagli animali da cortile, galline e oche, si avevano carne e uova. E’ logico che il latte, prodotto in abbondanza, non poteva essere consumato totalmente, così i Cavalieri Templari ne facevano formaggi che in parte utilizzavano per i loro pasti e in parte vendevano. Sembra che il Brie, il delicato formaggio francese, sia nato proprio in una precettoria dei Cavalieri Templari.

I Cavalieri Templari bevevano, come si usava all’epoca sia birra che vino, bevuto naturale o, come era consuetudine, aromatizzato all’anice, al rosmarino o bollito e speziato con cannella e chiodi di garofano o dolcificato con il miele. Sappiamo che gli uomini del medioevo, e quindi anche i Cavalieri Templari, non bevevano mai acqua senza avervi aggiunto un liquido meno tossico quale: vino, sidro, succo di frutta o estratti di scorza di frutta.

In alcune precettorie italiane si mangiava la polenta fatta con grano saraceno, quindi non di mais o granoturco poiché, a detta degli storici, tale pianta era sconosciuta in Europa sino alla scoperta dell’America. A tale proposito è interessante segnalare un singolare documento crociato del 1257, riguardante la produzione agricola della diocesi di Acri, nel quale è menzionato il "mais". L’illustre medievalista Joshua Prawer, nel suo testo sul Regno di Gerusalemme, così commenta tale interessante citazione: "potrebbe trattarsi di granoturco e, se la nostra traduzione è corretta, questa sarebbe una prova in più circa l’origine asiatica, e non americana, di questo tipo di grano".

Ritornando al grano saraceno, si sa per certo che tale cereale, originario del Turkestan, fu introdotto in Europa nel medioevo e coltivato in Italia, soprattutto in Friuli, in Valtellina e nel Varesotto. Poiché questa pianta sopportava male il freddo, essa veniva coltivata nella stagione primaverile ed estiva, raggiungendo rapidamente la maturazione. I suoi chicchi di colore bruno argenteo o grigiastro danno alla farina la ben nota colorazione scura, senza toglierle peraltro, il rustico e gradevole sapore.

In Terrasanta non si usava il maiale, probabilmente a causa del gran caldo, e forse perché dovendo convivere con il popolo arabo era comunque preferibile non creare ulteriori motivi di attrito. Sicuramente inizialmente qualcuno avrà mangiato carne di maiale e con quel clima avrà avuto parecchi problemi intestinali che avranno consigliato agli altri di privilegiare le carni di montone, pecora, capra e degli animali da cortile. Gli estesi uliveti producevano olio in quantità, le vigne davano ottimo vino e per dolcificare, a differenza dei loro confratelli occidentali, i Cavalieri Templari non avevano necessità del solo miele poiché potevano utilizzare anche la canna da zucchero delle loro piantagioni.

Poiché la Palestina produceva in gran quantità il frumento, il pane era fatto esclusivamente con farina bianca e non, come in Occidente, con la segale o altri cereali che lo rendevano scuro. Il pane veniva confezionato sia in forme lievitate (pani) che ad uso di focacce schiacciate (pitta).

I pellegrini del tempo, parlando della Terrasanta, la descrivevano come: "Una terra di frumento e d’orzo, di viti, di fichi e melograni, una terra d’olio, di olivi e di miele". I Cavalieri Templari orientali consumavano legumi ed ortaggi come ceci, lenticchie, piselli, cetrioli, asparagi, carciofi, lattuga e fagioli. Dai fagioli prendeva nome il Castrum Fabae, la fortezza templare situata nella valle di Jezreel. Essi consumavano senape, aglio e cipolle, le famose cipolle palestinesi provenienti da Ascalona e che da questa località presero il nome, in italiano, di scalogno.

In Oriente i Cavalieri Templari potevano portare in tavola una maggiore varietà di frutta di cui alcune varietà erano sconosciute in Occidente. L’uva serviva sia per la vinificazione sia come uva da tavola; si gustavano meloni e angurie, melograni, banane (chiamate dai pellegrini e crociati "pomi del paradiso"), il limone e l’arancia (dall’arabo "narange"), i datteri che si consumavano sia freschi che seccati in forme simili a focacce, così come i fichi, le albicocche e, in tempi di carestia, il carrubo che fu l’alimento base dell’esercito della terza crociata durante l’assedio di San Giovanni d'Acri (1191).

In Occidente si producevano e mangiavano prevalentemente mele, pere, noci, nocciole e ciliegie. Poiché durante il periodo dell’Avvento (da Ognissanti a Natale, chiamato dai Cavalieri Templari "la piccola In Quaresima") e nella Quaresima vera e propria i Cavalieri Templari abolivano la carne, fu necessario per l’ordine organizzarsi in modo da poter avere sempre del pesce disponibile. Per soddisfare tale necessità nei luoghi lontani dal mare, dai fiumi o dai laghi i Cavalieri Templari crearono delle peschiere e dettero vita alla piscicoltura. Anche il pesce, affumicato o conservato sotto sale, faceva parte dell’alimentazione templare.

I Cavalieri Templari mangiavano nel refettorio, su lunghe tavole, seduti uno di fronte all’altro. Le tavole erano ricoperte da tovaglie bianche, tranne il Venerdì Santo quando, in segno di umiltà, mangiavano sul nudo legno, prima ben lavato e strofinato. Il servizio da tavola individuale del Cavaliere Templare era composto da: una scodella di corno o di legno; due calici: uno quotidiano ed uno per i giorni di festa; un cucchiaio e un coltello. Le forchette allora non esistevano e verranno adottate circa nel 1400.

I Cavalieri Templari mangiavano in silenzio, ascoltando una lettura sacra. Niente andava sprecato, tutto doveva essere spezzato o tagliato in maniera decorosa poiché gli avanzi venivano dati ai poveri. Nobili e privati cittadini inviavano spesso, al Maestro o al precettore di qualche casa, cibi prelibati, primizie o piatti tipici; era allora facoltà di chi li riceveva donarli a coloro che avevano qualche merito speciale o a tutti i presenti in occasione di particolari festeggiamenti. In genere quanto compariva sulla tavola dei Cavalieri Templari era il prodotto della precettoria o delle sue dipendenze. In particolari occasioni il precettore poteva fruire della sua borsa o fondo personale per l’acquisto, fuori dell’area della precettoria, di particolari alimenti.

E’ certo che il sistema alimentare adottato dall’Ordine in Oriente ed esteso a tutte le case europee, fu ben equilibrato e soddisfacente, infatti i Cavalieri Templari furono, in genere, molto longevi e i sopravvissuti alle battaglie e alle gravi malattie orientali raggiunsero quasi tutti gli ottant’anni, il doppio di quanto mediamente viveva un uomo nel medioevo.

La storia del mondo medievale e delle sue caratteristiche si riscopre non solo attraverso la narrazione delle battaglie o delle gesta di principi e guerrieri, ma anche dagli aspetti più semplici della sua quotidianità quale era, appunto, quanto si serviva e si gustava in tavola.